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IL LIQUIDO CHE SI PUÒ RESPIRARE

I perfluorocarburi hanno l'eccezionale capacità di assorbire grosse quantità d'ossigeno capaci di mantenere il corpo umano in vita.

IL LIQUIDO CHE SI PUÒ RESPIRARE

LA RESPIRAZIONE SOTT’ACQUA: UNA REALTÀ SEMPRE PIÙ VICINA

ALLA RICERCA DI UNA NUOVA SFIDA

Dobbiamo ammettere che, l’umanità, in tutti i suoi difetti ed imperfezioni, e sappiamo averne molti, ha raggiunto mete che nessun altro essere vivente conosciuto sulla Terra ha mai immaginato men che meno conquistato.

Cose come la capacità di volare ci è stata negata nella nostra evoluzione, ma questo non ci ha impedito di solcare il cielo nelle nostre ali d’acciaio, sfidando i limiti della velocità e della fisica stessa.

Siamo stati tutti testimoni diretti e indiretti di imprese colossali come la navigazione, l’allunaggio e l’esplorazione di zone oltre il limite fisico che ci è stato concesso.

Eppure questo non si è mai dimostrato un ostacolo; anzi, ne siamo stati spronati da questo, quasi fosse una sfida personale ma anche collettiva.

Questa visione dell’uomo come l’animale che ha sconfitto le proprie limitazioni biologiche, grazie all’intelletto superiore che ci ha permesso di vedere le cose ed il mondo che ci circonda con gli occhi della mente e dell’immaginazione e non con quelli dell’istinto e dell’auto-preservazione, due aspetti non necessariamente negativi di per sé, che ci avrebbero mantenuto al sicuro nel ciclo naturale, senza però sperare in quel “progresso” che tanto sembra delineare il carattere umano.

E non è da stupirsi quindi come, arrivati nel ventunesimo secolo, al culmine della civiltà umana, siamo già alla ricerca di una nuova sfida: quella della respirazione subacquea.

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Argomento da sempre molto gettonato nei film dedicati a tutti questi aspetti dove la scienza non può ancora dare un’alternativa, l’essere in grado di respirare realmente sott’acqua è stato spunto di idee fantastiche come mutazioni specifiche capaci di donare questa abilità o tecnologia in grado di permettere la sopravvivenza umana in zone d’acqua artificialmente controllate.

Ma andiamo ad approfondire le ragioni, nell’evoluzione umana, del perché non possiamo respirare sott’acqua come invece sono capaci gli animali acquatici.

L’ANATOMIA UMANA: UN VANTAGGIO ED UNA LIMITAZIONE

La differenza tra questi animali e noi dovrebbe essere intuibile se consideriamo ciò che ci rende capaci di poter ragionare su questo concetto in un principio, che è la stessa cosa che in questo momento, ti sta permettendo di leggere questo articolo di ToYou. E dato che non sto parlando di Internet, l’altra opzione è quella esatta: tutto è grazie al nostro cervello, quella massa di “materia grigia” che ci rende non solo consapevoli ma anche sensibili all’ambiente, a noi stessi ed agli altri a livelli altissimi.

Gli umani posseggono, anche se a volte per come lo utilizziamo non sembrerebbe, il cervello più sviluppato e grande di tutti.

Purtroppo questo nostro magnifico cervello necessita di un’ossigenazione molto più elevata rispetto a quella per il resto del corpo, dovuto alle sue dimensioni ed al ruolo con il quale agisce sul controllo del nostro corpo in tutte le sue parti.

Ed è per questo che animali di minore massa celebrale, necessitano di meno ossigeno, e quindi sono più adattabili alla vita in acqua.

Oltre alla grande richiesta di ossigeno c’è anche da tenere in conto l’estrema sensibilità che il nostro cervello possiede in situazioni anche di lieve carenza di ossigeno.

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Questa importanza sulla grandezza del cervello è anche la ragione per cui le balene, animali che per grandi dimensioni di massa corporea corrisponde un altrettanta massa cerebrale, si sono evolute nel contenere grandi sacche di aria per potersi immergere per più tempo, mentre animali con meno cervello possono mantenersi più a lungo sott’acqua perché necessitano di un apporto d’ossigeno prettamente minore.

Questa loro apparente migliore capacità però non si è dimostrata poi così utile.

Infatti, durante l’evoluzione delle specie ed la transizione acqua-terra, le specie che si sono adattate alla vita anfibia e successivamente alla vita terrestre hanno potuto sviluppare l’organo del cuore con più camere per pompare e redistribuire maggiori quantità di ossigeno, generando di conseguenza più energia da poter utilizzare, e questo ha reso possibile l’incremento delle capacità intellettive e motorie.

Diciamo quindi che abbiamo sacrificato la capacità d’immersione per una superiore intelligenza che ci ha permesso però allo stesso tempo di costruire, ideare, progettare e quindi migliorare qualsiasi ambito in cui eravamo carenti fisicamente, tra cui anche le attività subacquee attraverso delle bombole e la strumentazione d’immersione ecc. Niente male come scambio, no?

Adesso tuttavia desideriamo poter ritrovare quelle abilità che ci permettevano di vivere nell’acqua con la stessa comodità con cui andiamo a passeggiare per i parchi.

Ed a questo ci viene in aiuto la chimica.

POSSIAMO DAVVERO RESPIRARE IN UN LIQUIDO COME SE FOSSE ARIA?

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Se la nostra grande necessità di ossigeno è ciò che ci impedisce di poter respirare normalmente in acqua, allora con un liquido ricco in ossigeno avremmo risolto l’enigma. Ma è davvero possibile?

Per parlare di questo, bisogna fare un appunto sulla caratteristica che permette ad un liquido di contenere ossigeno, ovvero la solubilità di gas.

La solubilità di gas dipende tra le altre cose come la temperatura di ebollizione e la pressione, anche dalla capacità di generare legami intermolecolari e quindi di “legare” con le molecole di ossigeno, in questo caso.

Ovviamente per un liquido ed un gas è più complicato che si crei un legame, a meno che il liquido in questione abbia delle caratteristiche chimiche peculiari tali da permettere la soluzione.

Fortunatamente però, esistono dei liquidi capaci di potersi legare con le molecole di ossigeno come nessun altro liquido al mondo, così da contenerne abbastanza per permetterci addirittura di respirarci al loro interno: i Perfluorocarburi.

I PERFLUOROCARBURI: I LIQUIDI DALLE MILLE POTENZIALITÀ

I perfluorocarburi (o fluorocarburi) sono una famiglia di composti chimici formati da carbonio e fluoro come definiti dalla nomenclatura, usati per molti aspetti quali la refrigerazione, la cosmetica, la chirurgia oculare, come tracciatori chimici, come solventi e, per quanto riguarda l’argomento di oggi, per la capacità di assorbire grosse quantità d’ossigeno capaci di mantenere il corpo umano in vita.

Abbiamo capito quindi che l’ossigeno è infatti la chiave affinché si possa raggiungere la capacità di respirare sott’acqua.

Ed il perfluorodecalin in particolare, può trasportare più ossigeno ed anidride carbonica che il sangue, tre volte più ossigeno dell’aria e quattro volte tanto di anidride.

Il Perfluorodecalino (PFD) è un singolare perfluorocarburo che per la sua speciale caratteristica di alta dissolvenza di gas, ha attirato l’attenzione di molti scienziati e studiosi che hanno svolto esperimenti e teorie su di esso.

In generale viene utilizzato in medicina per l’approvvigionamento efficace nelle aree in cui si necessita di un influsso d’ossigeno per la guarigione di tessuti o zone danneggiate, e sempre per lo stesso motivo, è molto utile anche per la conservazione di organi e tessuti per i trapianti.

Ma parliamo un po’ di più di alcune delle speciali funzioni che svolge questo liquido così eccezionale.

Il PFD E LA NANOTECNOLOGIA

Gli innumerevoli utilizzi di questo liquido perfluorato non si limitano a quelli già elencati, che si basano più sul settore biologico, ma avanzano d’importanza nel processo di organizzazione delle nanostrutture.

Infatti, se miscelato con gli idrocarburi, il perfluorodecalin diventa un anti-solvente che permette di passare dai nanocristalli ai supercristalli, anche chiamati superlattice, ovvero una sovrapposizione di strutture di diverso tipo di materiale, divisi da una barriera di dimensioni molto piccole (questione di nanometri appunto da qui il nome) che con delle “forzate localizzazioni” definite pozzi quantici, permettono il trasporto e la canalizzazione di energia.

Mi fermo qui dato che si dovrebbe entrare nella fisica quantistica per spiegare più nel dettaglio (che consiglio per chi fosse interessato a questi temi di approfondire), ma basti sapere che queste strutture di dimensioni nanoscopiche conferiscono delle capacità fisiche migliorate ed alcune davvero molto peculiari, non osservabili altrimenti in altre strutture “naturali”.

Date le enormi potenzialità che racchiude, la nanotecnologia è spesso usata nei film sci-fi e nei videogiochi come “giustificazione” alle innumerevoli potenzialità fantascientifiche quali l’aumento immediato ed esponenziale della forza e della resistenza nelle tute, l’incremento delle abilità fisiche del soggetto, fino ad arrivare all’invisibilità come per il caso di Prophet e la sua Nanotuta nel famoso videogioco Crysis.

IL SANGUE ARTIFICIALE

Il PFD o Perfluorodecalino è un liquido incolore, pulito e che potrebbe essere scambiato benissimo per acqua.

Oltre ad essere usato come liquido respirabile, è anche utilizzato nella creazione di un vero e proprio sangue artificiale che di fatto potrebbe sostituire il sangue “biologico”.

La difficoltà nel generare delle miscele sostitutive sanguigne, non sta tanto nella struttura molecolare in sé, in quanto queste sono già state ricreate da tempo grazie ai progressi nel campo della biotecnologia, ma nel fatto che questo sangue possa effettivamente “trasportare ossigeno”.

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E come avrete già capito, qui entra in gioco il nostro perfluorodecalin, che con la sua eccezionale capacità di assorbire, trasportare e liberare ossigeno, era proprio il candidato perfetto per far parte del siero della vita.

Il primo sangue artificiale a base di PFC ( PerFluoroCarburo) risale al 1989 in Giappone, chiamato Fluosol, un emulsione di perfluorocarburo, vitamine, nutrienti ed antibiotici, fino ad arrivare al numero impressionante di 80 ingredienti diversi.

Le dimensioni ridotte delle particelle di PFC e l’efficace trasporto d’ossigeno nel sangue, fu molto apprezzato in quei anni, ma perse d’interesse per la dispendiosa logistica legata al suo immagazzinaggio e fu fermata la sua produzione cinque anni dopo.

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Altri ne seguirono, di cui uno è ancora tutt’oggi in via di sviluppo ed un altro è commercializzato in Russia (il Perftran), tutti indirizzati a sfruttare particolari propensioni fisico-chimiche della famiglia dei fluidi “respirabili”, e come per le miscele respirabili delle bombole per l’immersione, anche qui il “trucco” sta nella ricetta e negli ingredienti e dosi utilizzate, che possono variare di molto il risultato.

Nonostante questo, le migliorie sia nello studio che nella ricerca delle trasfusioni “chimiche” sono state molte, basti pensare a come nel 1600 pensavano che infusioni di latte, birra o addirittura di orina (si, avete letto bene), potessero servire come sostituti del sangue, oltre ai “più normali” tentativi di trasfusioni di sangue animale e di vino, senza sforzarsi troppo nel cercare qualche fluido con delle affinità in più a parte del colore.

Adesso, analizziamo la proprietà più interessante di tutte, quella che lo rende un fluido respirante.

I FLUIDI RESPIRABILI: INTRODUZIONE

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I fluidi, che siano gas o liquidi, possono disporre di caratteristiche tali da racchiudere e trattenere grosse quantità di ossigeno, e rendere possibile la respirazione.

Per i fluidi liquidi che possiedono queste capacità, come i perfluorocarburi, se ne sa davvero poco dato il loro utilizzo settoriale ed ultra-specificato, ma i gas respirabili invece sono di uso comune ormai, e si trovano un po’ ovunque nell’immersione subacquea, dato che non sono più limitati ad un uso ristretto.

Per questo, parlare dei gas usati per la respirazione ci aiuterà un po’ di più a capire come funzionano questi liquidi respirabili.

I FLUIDI RESPIRABILI: GAS

Per gas respirabile si intende principalmente un corpo gassoso composto da ossigeno come unico componente attivo (a meno che la funzione del suddetto gas sia di altra natura e non respiratoria, come quella anestetizzante) ed altri componenti inerti che servono per la diluizione dell’ossigeno.

Ed è proprio nel mix di questi componenti diluentiche risiede il potenziale di migliorare le capacità di resistenza, riducendo i rischi di decompressione, per esempio, come anche quelli legati al cambio tra un gas respirabile ed un altro come può essere l’aria, l’unico gas respirabile naturale esistente.

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Il problema di questi gas e dei loro componenti sta anche nella pressione che questi sono sottoposti, in particolar modo nell’ambito della subacquea, dove determinati elementi, se messi sotto una pressione superiore ad un range permesso, diventano tossici e quindi possibilmente mortali per chi li respira, come l’azoto che può diventare narcotizzante sotto alte pressioni.

TIPI DI GAS RESPIRABILI

Ovviamente c’è da dire che l’aumento della concentrazione di ossigeno nelle miscele di gas respirabili agevola la transizione, in quanto permette maggiore manovrabilità e movimento essendoci più ossigeno utilizzabile a disposizione e si attutisce così il rischio di sentirsi male.

Ma per quanto può sembrare strano, anche l’ossigeno può diventare tossico.

Ed è per questo che tra i gas respirabili che vengono utilizzati per i sommozzatori, l’ossigeno puro è usato solo per agevolare e velocizzare il processo di decompressione e quindi facilitare un cambio più rapido tra l’atmosfera normale e quella subacquea per manovre di velocità.

Il Nitrox, tanto per citarne una, è una miscela d’aria ed ossigeno a più alta concentrazione, maggiore del 21% presente nell’aria normalmente; maggiore è la quantità d’ossigeno, maggiori sono le possibilità di prolungare la perlustrazione, ma solo per il fatto che questo provoca meno malesseri e non perché l’ossigeno permette al corpo umano di andare “più in profondità”, perché come abbiamo già detto c’è di mezzo la pressione e quindi il rischio di tossicità che pur sempre rimane.

Ci sono poi altre miscele che sono caratterizzate da proporzioni variabili di ossigeno, azoto, idrogeno ed elio, tutte con l’intento di bilanciare le potenziali tossicità e garantire una migliore e più duratura performance.

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Ogni componente di gas nobili e non che andranno a comporre la miscela deve essere accuratamente studiato e confrontato, perché tutti hanno i loro pro e contro ed è per questo che esistono moltissime miscele di gas respirabili usate dai subacquei e non una semplice “bombola d’ossigeno” come spesso viene rappresentata nei film.

Per esempio l’elio, è uno dei gas nobili che per le sue caratteristiche chimico-fisiche ha il minor tasso di tossicità potenziale, ma ha una grande probabilità di causare altri disturbi come tremori causati dalla pressione dell’elio nel sistema nervoso, oltre ad essere più caro rispetto all’ossigeno.

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Un altro sempre per dare l’idea, ed ognuno dei gas nobili ha i suoi difetti e pregi in queste funzioni, è l’idrogeno, che è l’elemento gassoso più leggero conosciuto (dai ricordi della chimica di base forse vi suonerà qualche cosa al riguardo).

Uno dei grandi problemi dell’idrogeno è che se miscelato con l’ossigeno in percentuali più elevate del 4/5% può addirittura diventare esplosivo!

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Per questo ci sono delle limitazioni nel suo utilizzo per quanto riguarda pressioni e metri di profondità permessi.

Noi umani, come molti degli esseri viventi in questo pianeta, abbiamo bisogno dell’ossigeno perché è l’elemento che se unito ai carboidrati ed agli idrocarburi, creano CO2 ed acqua, in una reazione chimica conosciutissima che produce anche e sopratutto l’energia che il corpo necessita per il sostentamento degli organi e dei muscoli, la respirazione cellulare, il funzionamento cerebrale ecc.

L’ossigeno passa nelle cellule del sangue, i globuli rossi, per poi passare nel processo che il cartone animato “Siamo fatti così” spiega meglio di me.

Ma il fatto che questo ossigeno arrivi per via di un gas o di un liquido questo non è essenzialmente un problema, e non lo è mai stato nonostante questa sia la concezione generale.

I FLUIDI RESPIRABILI: LIQUIDI

Quindi, adesso che sappiamo come funzionano i gas diluenti, scopriamo che cosa rende il perfluorodecalin, il liquido respirabile, così differente da tutti gli altri normali liquidi.

Ed è proprio nella diluizione che si fa vedere la sua eccezionale caratteristica.

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Infatti ha un’elevata capacità di assorbimento, 50 mL di ossigeno dissolto per 100 mL di perfluorodecalin alla pressione e temperatura standard, che è davvero molto, e quindi in poche parole, può contenere la quantità di ossigeno, ed anche di più, che gli esseri viventi hanno bisogno per vivere.

Anche se, la sua abilità di dissolvere l’ossigeno e pari se non superiore a quella della diluizione di anidride carbonica, è questo è un problema molto grave.

Per capire quanto però, ci può aiutare pensare a quella sensazione di annegamento quando ci manca l’aria o tratteniamo il fiato, che non è dovuta alla mancanza d’ossigeno come si suole pensare, ma all’accumulo di CO2 ed al cambio di pH conseguente.

Ma fortunatamente il problema della CO2 è stato maggiormente ovviato e “risolto” per così dire, se si realizzano dei cambi di riciclaggio del liquido già “saturato”, sostituendolo con un liquido nuovo e “fresco” pieno di ossigeno e non di CO2.

Ed allora perché non stiamo già attraversando gli ambienti sommersi come se fossimo Aquaman?

COMPLICAZIONI E DIFFICOLTÀ

Il problema reale sussiste, sorprendentemente, non nel poter respirare dentro al liquido, ma nell’uscirne.

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Infatti la problematica è quella di espellere via il liquido dai polmoni, che essendo molto più viscoso che i gas che siamo soliti respirare, i nostri polmoni non sono adattati ne disegnati per “gettarli via”, come faremmo con i normali gas.

Per questo questi fluidi vengono utilizzati per i pazienti che soffrono di ARDS (Sindrome respiratoria acuta negli adulti), mediante parziale ventilazione liquida, ed il liquido viene artificialmente succhiato via alla fine del trattamento.

Questo diviene un processo conveniente ed addirittura vantaggioso per quelle situazioni critiche in cui la salute del paziente non è predisposta per la respirazione, ma certo è che per quanto riguardano i residui rimanenti all’interno dei polmoni che vengono riassorbiti dal corpo stesso, non si hanno studi sui loro effetti, e per questo si hanno ancora molte domande su queste tecniche, perché anche utilizzando le strumentazioni dei tubi per la ventilazione parziale in modo da far respirare tramite il liquido solo le zone polmonari affette, non vi sono sufficienti vantaggi per poter avanzare un uso più diffuso e forse sono troppe le complicazioni non necessarie per poter attuarle con normalità.

E come abbiamo commentato precedentemente, questo liquido dissolve in modo fenomenale al suo interno non solo l’ossigeno ma sopratutto l’anidride carbonica, ed anche molto più velocemente che il primo, rendendo indispensabile un cambio continuo del liquido in questione.

Senza contare che a livello fisico, l’entrata e l’uscita del liquido, possedendo una viscosità rilevante, la sensazione risulta essere molto sgradevole e fastidiosa.

Immaginate la sensazione di quando state bevendo dell’acqua e la fate entrare per il verso sbagliato, adesso però in proporzioni più grandi ed in un tempo più esteso…

COSA SI SENTE QUANDO SI ENTRA DENTRO A QUESTO LIQUIDO

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La transizione dall’aria, che siamo abituati a respirare da sempre, all’immersione in questo liquido, può anche essere un atto volontario della persona che si sottopone alla prova, ma di certo il suo corpo non lo riconoscerà come tale.

Il nostro istinto più recondito ci comanda di preservare la nostra vita, e questo include quello di non esporci ai liquidi per un tempo prolungato, in quanto il nostro organismo, oltre a risentire dell’incremento di CO2 nel sangue, innesca dei segnali istintivi di allarme per impedirci di compiere quel fenomeno noto come l’affogamento.

Tuttavia, se, malgrado questo istinto, la persona riuscisse a sopportare questa sensazione d’ansia per soffocamento (che sono sicuro non sia una cosa facile), si giungerebbe teoricamente ad uno stato in cui il corpo smette di reagire negativamente all’ambiente circostante ed inizia ad adattarsi ad esso. In quel preciso istante, si potrebbe quindi iniziare ad apprezzare il fatto di essere sommersi nel liquido senza rimanere in apnea e senza tecnicamente “sentire” il bisogno di respirare aria, ovvero l’ossigeno.

Però come abbiamo detto, è inevitabile l’uso di un’intubazione che permetta l’uscita del liquido saturato di CO2 e l’entrata di quello senza, in una maniera costante e veloce tale da permettere lo scambio dell’ossigeno con il corpo. Il che aggiunge un altro livello di disagio per la persona, se cosciente.

Il passaggio finale dal liquido all’aria risulta essere altrettanto complicato come quello iniziale, e date queste gravi complicazioni, molti hanno definito questo liquido come una moderna tortura.

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Di fatto il perfluorocarburo potrebbe diventare “utile”, non solo nella respirazione subacquea, ma come un sofisticato strumento di tortura, perché le sensazioni sono perlopiù identiche a quelle di un annegamento vero e proprio, e la transizione dal liquido all’aria è molto spiacevole, difficile ed affaticante, capaci di logorare chiunque.

Per poter fare immersioni in perfluorodecalino infatti, a causa della densità di questo liquido, per farlo uscire ci vorrebbe molta energia fisica, e per muoversi allo stesso tempo e realizzare un’attività faticosa come lo è quella delle immersioni, è quasi impossibile realizzarle in un prolungato periodo di tempo.

SOLUZIONI ED APPLICAZIONI MODERNE

Il fatto che vi siano complicazioni non significa che queste non possano essere superate con tecniche mirate a risolvere le varie fasi ed a migliorare la transizione dal liquido all’aria, che risulta essere il problema principale.

Infatti è appurato che, per piccoli animali e per i neonati prematuri con polmoni sottosviluppati, e con particolare strumentazione di ventilazione e pompaggio, il perfluorocarburo può essere conveniente e vantaggioso per poter far raggiungere l’ossigeno, rimuovendo opportunamente il CO2 dal sangue.

La tecnica usata per fare ciò è quella realizzata con un tubo apposito immesso nella trachea, che realizza la fase di passaggio e pompaggio del liquido in uscita ed in entrata molto velocemente per permettere l’ossigenazione ed allo stesso tempo la rimozione dell’anidride carbonica.

Queste sue disposizioni si sono dimostrate efficaci in casi pediatrici legati a nascite premature, neonati con deficienze polmonari importanti e/o che riportano gravi traumi a livello respiratorio difficilmente trattabili, e non solo, ma anche in pazienti adulti con traumi di origine cardiaca e polmonare, sopratutto nei casi intensivi viene effettuato questo tipo di trattamento, o in situazioni in cui i polmoni risultano danneggiati in modo considerevole e quindi è difficoltoso l’utilizzo di trattamenti più tradizionali.

Il processo viene definito come ventilazione liquida, che può essere completa se i polmoni dei pazienti con problemi respiratori vengono inondati interamente con questo liquido respirabile e ricco di ossigeno, sempre utilizzando il riciclaggio per il problema della saturazione da CO2, anche se in realtà è la ventilazione liquida parziale quella più utilizzata al giorno d’oggi come procedura per i trattamenti nei neonati e negli adulti.

TEORIE E CONGETTURE FINALI

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La verità è che questo argomento è lontano dall’essere completo e ben approfondito come invece dovrebbe essere, date le potenzialità di interesse scientifico e sociale che possiede.

È però importante notare che non è ancora possibile una vera è propria “coesione acquatica” come tutti vorremmo.

Questo perché a differenza dei pesci per esempio, i nostri alveoli e capillari nei quali passa l’ossigeno e l’anidride carbonica, sono posizionati nei polmoni, e quindi molto all’interno nel nostro organismo, e per la nostra evoluzione come terrestri, l’adattamento ci ha resi molto più forti nella terra ferma, ma abbiamo però inevitabilmente perso e regresso alcune nelle caratteristiche che permettevano la vita acquatica.

Ed essendo il liquido fluorocarburo più denso dell’aria, i polmoni umani e la fisionomia di cui siamo composti non sono supportati per muovere il fluido fuori dal nostro corpo, semplicemente perché anatomicamente non ne abbiamo la forza.

In più, le branchie dei pesci, essendo collocate nella parte superficiale del loro corpo, gli permettono un rapido e poco dispendioso passaggio dell’acqua ed un filtraggio molto effettivo ed efficace.

Quindi, a meno che non diventiamo come Kevin Costner in Waterworld (1995) e sviluppiamo le branchie anche noi, è complicato che con i nostri polmoni debolucci possiamo solcare i mari come il nostro atlantideo Aquaman.

Certo, una mutazione di varie generazioni (e stiamo parlando di milioni di anni per cambi drastici come questo in questione chiaramente, quindi non aspettatevi le branchie lunedì prossimo) per cause ambientali sarebbe possibile “teoricamente”, se solo riuscissimo a mantenerci in un ambiente acquatico abbastanza da indurre il fattore mutageno.

Ma anche se riuscissimo a sviluppare le branchie ed in qualche modo le sostituissimo ai polmoni come metodo di respirazione, sicuramente questo ci riporterebbe a non poter più sostenere la vita sulla terra data la sospensione della gravità in acqua e l’adattamento che ne deriva. E allora questo ci porterebbe ad essere tutti degli uomini pesce come la creatura di The Shape of Water (2017) di Guillermo del Toro.

Una combinazione dei due metodi di respirazione, tali da potersi “intercambiare” quando necessario, sarebbe la soluzione perfetta, non vi pare?

Commentate nella sezione qui sotto cosa ne pensate voi di tutto questo, e se provereste mai ad immergervi in una vasca piena di perfluorocarburo!

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